La preparazione del collodio fotografico

La preparazione del collodio fotografico

In questo secondo capitolo della Guida al Collodio Umido illustrerò la Preparazione Del Collodio Fotografico con una spiegazione dettagliata dell’uso delle sostanze chimiche necessarie.

In questo nuovo capitolo della guida al collodio umido vi descriverò la procedura di preparazione del collodio fotografico a partire dalle sostanze grezze, come sensibilizzarlo e come stenderlo sulla lastra, pronto per scattare la foto.

Il collodio umido è una antica tecnica fotografica che risale al 1851. Inventata da Frederick Scott Archer, divenne subito popolare per la produzione di ritratti e foto paesaggistiche.

Si chiama collodio umido perché la base chimica è un velo di collodio foto-sensibilizzato che viene steso su una lastra metallica su cui verrà scattata la foto. Questa lastra va utilizzata prima che il collodio si secchi, da qui il nome di collodio umido.

Abbiamo già introdotto la tecnica del collodio umido con il primo capitolo della Guida al Collodio Umido dove abbiamo introdotto le fasi preparatorie. Ora vediamo di studiare la preparazione del collodio fotografico. Questo richiede una buona dose di sostanze chimiche e abilità di laboratorio per manipolarle. In commercio si trovano dei kit già pronti, dove al massimo si deve aggiungere un po di alcol o d’acqua.

Io preferisco fare tutto da me, per quanto possibile per le mie competenze. Siccome ho studiato chimica e so usare la strumentazione di laboratorio, mi piace cimentarmi in prima persona in tutto quello che faccio. Ritengo che l’artigianalità di un’opera passi anche dal modo in cui si preparano le soluzioni di lavoro.

Cerco di partire con la mia descrizione dall’inizio, come se fossi in laboratorio a preparare da zero il mio collodio una sessione di ripresa. Ma non è obbligatorio seguire queste fasi in modo pedissequo. Anzi, consiglio di prendersi del tempo per preparare tutto con giorni di anticipo. Il collodio stesso richiede un tempo di maturazione che varia con le formule. Non può essere usato appena fatto.

La preparazione del collodio, cos’è nel dettaglio e come si sintetizza

Si chiama collodio una soluzione etero-alcolica di nitrocellulosa. Esistono tre tipi di nitrocellulosa, a seconda del grado azotato. Quella usata in fotografia è un grado appena prima del fulmicotone, usato in balistica.

La nitrocellulosa si ottiene dalla sintesi di una miscela di acido nitrico e solforico e cellulosa purissima. Il prodotto risultante va lavato con abbondante acqua fredda e poi acqua calda, spesso in fasi ripetute, per lavare via i residui dei due acidi e i sottoprodotti della reazione. La cellulosa trasformata in questa sostanza vischiosa e colloidale (da qui il nome di collodio) viene prelevata e disciolta in una miscela di etere etilico e alcol etilico.

La preparazione del collodio fotografico
La preparazione del collodio fotografico

Il collodio USP

Si capisce bene che non è pratico produrre nitrocellulosa a casa propria. La nitrocellulosa non si può nemmeno acquistare. Si tratta di un prodotto pericoloso per cui solo soggetti con speciali licenze la possono trattare. Non si trova in commercio.

Perciò quando si parla di “fare il collodio” si intende miscelare un collodio base già pronto, dove la nitrocellulosa è sciolta in misura del 5% circa in una soluzione di etere etilico e alcol etilico. Questo collodio prende il nome di USP (da United States Pharmacopeia). Questo è il collodio che si può acquistare nei normali negozi di fotografia.

Una bottiglia di normale collodio USP che si trova in commercio contiene circa il 5%di collodio, circa il 70% di etere e il resto è alcol etilico.

È altamente infiammabile ed utilizzato in larga scala nell’industria farmaceutica, balistica e nel cinema. Una volta era la base per la produzione di pellicola fotografica. Fino agli anni ’50 la celluloide era il materiale normalmente usato in fotografia e nel cinema. Prendeva fuoco, per questo la Kodak inventò il “Safety Film” a base plastica, messo in commercio a partire dagli inizi degli anni ’50.

In farmacia è usato come pelle sintetica, per curare vesciche e ustioni, ma anche come cerotto liquido. Alcuni ne avranno delle bombolette in casa. Nel cinema viene usato per ricreare la pelle finta, ad esempio per creare effetti di invecchiamento o di ustioni teatrali. In balistica viene usato come innesco. In fotografia è tornato di moda.

Il collodio dovrebbe essere fresco. La nitrocellulosa disciolta in soluzione alcolica ha una vita limitata di circa 12 mesi. Di questo va tenuto conto quando si prepara il proprio collodio fotografico. Un collodio vecchio si scioglie sulla lastra, specialmente in fase di verniciatura. Basta saperlo.

La preparazione del collodio fotografico per la tecnica del collodio umido

Diluire il collodio USP al 2%

Il collodio USP 5% va ridotto a circa il 2%. Questo si fa aggiungendo ulteriore alcol etilico o etere in misura. Vedremo cosa aggiungere più avanti, quando tratteremo le formule una per una.

Adesso basti comprendere un calcolo semplicissimo che sarà usato ogni volta che dovrete diluire il collodio.

La domanda è: se in 100 ml di collodio USP ci sono 5 ml di nitrocellulosa, quanto collodio totale dovrò avere alla fine, affinché questo ne contenga solo il 2%?

Molto semplicemente si pensi che 5 ml sono 2,5 volte più di 2 ml… infatti 5/2=2,5.

Questo vuol dire che 100 ml sono 2,5 volte meno del necessario. Quindi il calcolo finale è:

  • 100*2,5=250 ml

La quantità finale di collodio dovrà essere 250 ml partendo da 100 ml di collodio USP. Dovremo quindi aggiungere 150 ml di alcol o etere ai nostri 100 ml di collodio USP per arrivare alla diluizione di lavoro del 2%.

Se volete preparare quantità finali diverse da 250 ml basta fare una semplice proporzione fra le quantità, ad esempio dimezzare o raddoppiare tutto. 250 ml sono una quantità ottimale per iniziare a fare collodio e sono sufficienti per circa 20-30 lastre 18×24 cm o equivalenti (circa 50 lastre 13×18, circa 60 lastre 4×5″, ecc…).

Attenzione a cosa mettiamo nel collodio però!

Differenza fra etere etilico e alcol etilico

L’acol etilico, o etanolo, o semplicemente alcol, è comunissimo. Si produce sia per fermentazione che per sintesi chimica a livello industriale. Lo troviamo in commercio al dettaglio in tre tipi:

  • puro al 96% pr dolci
  • denaturato rosa al 95%
  • denaturato bianco al 99%

L’alcol puro al 100% non è vendibile al dettaglio per legge. L’alcol alimentare è tagliato con acqua distillata. Gli alcoli denaturati sono tagliati con denaturanti e coloranti. I denaturanti più comuni sono canfora, cherosene, acetone, isopropanolo, benzene, svariati aldeidi, e molti altri. In ogni caso il punto di evaporazione dei denaturanti è simile o uguale a quello dell’alcol, per cui il denaturante non può più essere rimosso.

L’etere etilico si prepara a partire dall’alcol, tramite distillazione con acido solforico o fosforico. In passato veniva anche chiamato etere solforico, ma oggi basta nominarlo semplicemente etere per capirsi.

È un liquido che bolle a soli 35º per cui si comprende bene quanto sia volatile, molto più dell’alcol.

Nel nostro laboratorio possiamo usare l’acol denaturato bianco per pulire i recipienti, ma mai per la preparazione della chimica. Per quello dobbiamo usare il puro al 96% e/o l’etere, a seconda delle formule che vedremo più avanti.

La salatura del collodio

Per la preparazione del collodio diluito adatto all’uso fotografico dobbiamo sensibilizzarlo con alogeni adatti ad essere trasformati in ossido d’argento. Sorvolo sulla storia della chimica fotografica che ha portato a formule ormai acquisite e comprovate e arrivo al dunque.

Al nostro collodio ulteriormente diluito e portato al 2% dobbiamo aggiungere una combinazione di sali alogeni. Esistono svariate formule per arrivare a collodi fotosensibili che prendono nomi in genere da chi li formulò per la prima volta. Molto comuni sono il Poe Boy, Old Workhorse, Lea’s, ecc… Vedremo più avanti le formule di alcuni dei collodi più comuni e come vanno miscelate tutte le varie sostanze, alcoli inclusi.

I sali alogeni vanno pesati in quantità precise, disciolti in acqua o alcol, a seconda delle loro rispettive proprietà, e poi aggiunti al collodio USP assieme ad altro alcol o etere per renderlo più o meno fluido, a seconda che si intenda usare il collodio in estate o in inverno.

Cosa sono i sali alogeni e come funzionano

I sali alogeni sono composti di un metallo con un alogeno. Gli alogeni normalmente usati e reperibili per la sensibilizzazione del collodio umido sono questi tre che seguono, usati in fotografia argentica sin dal 1839:

  • 1. bromo
  • 2. cloro
  • 3. iodio

Gli alogeni sono usati con un veicolo, un sale metallico, in genere uno di questi che seguono:

  • a. potassio
  • b. sodio
  • c. cadmio
  • d. zinco
  • e. litio

in certi casi sono combinati anche con:

  • f. ammonio

La combinazione di 1.2.3. con a.b.c.d.e.f. da origine ad una vasta gamma di composti chiamati “composti alogeni”, come ad esempio bromuro di potassio, cloruro di sodio, ioduro di cadmio, ecc…

I composti del cloro non sono usati nella tecnica del collodio umido. Il cloro trova la sua principale applicazione nelle tecniche della carta salata, del calotipo, ma anche nella gelatina d’argento. Il cloro da origine a composti molto lenti a reagire con la luce. Per questo per il collodio umido si prediligono i composti del bromo e dello iodio, che sono più veloci.

Bromo e iodio sono necessari per rendere fotosensibile la lastra al collodio (ma anche una normale pellicola bianconero o la tradizionale carta alla gelatina d’argento).

A seconda della formulazione del collodio, i sali alogeni vengono aggiunti in certe quantità e proporzioni fra essi. In linea di massima possiamo dire che i sali di iodio sono la base principale per la rapidità di esposizione alla luce, mentre i sali di bromo sono i responsabili della scala tonale della foto, che altrimenti sarebbe troppo contrastata.

Il collodio va “salato” qualche giorno prima del suo utilizzo, in base alla formula che si è scelto di adoperare, che vedremo più avanti.

La foto-sensibilizzazione del collodio con nitrato d’argento

Finché il collodio “salato” non viene “argentato” può essere tenuto alla luce e si conserva da alcune settimane fino ad un anno, a seconda della sua formulazione. Il limite di conservazione di certi collodi è la nitrocellulosa stessa.

L’argentatura del collodio salato avviene quando questo è stato steso sulla lastra. In questa fase la lastra diventa fotosensibile, perciò va manipolata in luce di sicurezza. Dopo aver analizzato le fasi di preparazione del collodio fotografico, vedremo tutti gli altri passaggi nei prossimi capitoli di questa guida:

  • la luce di sicurezza
  • come si stende il collodio sulla lastra
  • l’argentatura della lastra
  • lo scatto della foto
  • sviluppo, fissaggio, lavaggio
  • verniciatura finale

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